La rivista per batteristi & percussionisti


Manu Katchè
Classe da vendere…

di Roberto Baruffaldi
foto di Alessia Scali

Manu Katchè vanta un incredibile elenco di collaborazioni (Sting, Dire Straits, Joni Mitchell, Robbie Robertson, Jan Garbarek…). Ha inoltre caratterizzato in maniera decisa il suono di un artista come Peter Gabriel, partecipando ai suoi grandi tour e alle registrazioni di album considerati ormai storici. Ed è proprio il suo suono che, unito a un fraseggio assai particolare, lo ha reso così identificabile e uno dei batteristi più imitati in assoluto. Ma Manu è molto di più di un batterista, è un musicista completo che sa mettersi al servizio della musica in maniera estremamente creativa, tanto da avere all’attivo due cd da solista. Da qualche anno si è un po’ estraniato dalla scena dei grandi palchi e dei lunghi ed estenuanti tour per dedicarsi alla produzione e alla promozione delle sue attività da solista, dividendosi tra i suoi impegni in studio e dal vivo come quello con il sassofonista Jan Garbarek.

 

N°191

Vorrei iniziare parlando del tuo cd, Neighbourhood: è veramente affascinante e mostra un lato diverso del tuo drumming…
È un lavoro prettamente strumentale e quando l’ho scritto avevo già in mente Jan Garbarek (sax) e Tomasz Stanko (tromba) e immaginavo quelle sonorità tipiche di Miles (Davis) o Chet Baker che ho avuto in testa per tutto il tempo che ho scritto i pezzi al pianoforte e ho pensato a questi due strumenti come due strumenti solisti. Quando poi ho chiamato i musicisti per iniziare le registrazioni mi sono concentrato principalmente sulle melodie originali; qualcuno potrebbe pensare che sarei dovuto andare in una direzione più batteristica, ma a quel punto avrei dovuto vedere le cose da un’angolazione completamente diversa. Io volevo fare un album strumentale incentrato principalmente sulla musica e sugli strumenti che preferisco maggiormente e credo di esserci riuscito, suonando la mia musica senza suonare troppo e lasciar vivere piuttosto tutti gli altri strumenti.

Così hai composto la musica al pianoforte?
Sì, suono il piano da quando avevo sette anni, e pur non essendo mai stato un eccellente suonatore o frequentatore di corsi classici, credo di avere abbastanza senso dell’armonia e degli accordi. Quando siamo poi andati in studio, Marcin Wasilewski, che è un grandissimo pianista, mi ha chiesto il permesso di cambiare qualche piccola cosa e io chiaramente gli ho detto che poteva fare ciò che voleva. L’importante era mantenere gli accordi e l’atmosfera originale, ma per ciò che riguardava il voicing poteva fare ciò che voleva.

L’avete registrato dal vivo in studio…
Esatto! Alla ECM di solito si registra in questo modo nello studio che c’è a Oslo; ci sono degli schermi per la batteria e a volte c’è una stanza a parte per il contrabbasso, mentre il piano è al centro e gli altri strumenti sono separati da diversi schermi e si suona semplicemente alla ricerca della take migliore.

Sul cd il suono della tua batteria è molto interessante e sembra quasi registrato con tre microfoni…
In verità abbiamo sperimentato due metodi, visto che la batteria aveva sia i microfoni su ogni tamburo e sia i classici tre microfoni; l’ingegnere del suono aveva poi la possibilità di controllare e di bilanciare i suoni e ha agito in questo senso cercando di trovare una via di mezzo. Credo che rappresenti molto il mio suono e il risultato è molto armonico e si integra perfettamente nella musica di questo cd.



Qual è il tuo concetto se si parla specificatamente di suono e di microfoni?

Per ciò che riguarda i microfoni sono molto aperto: devi riuscire sempre a ottenere un buon bilanciamento dal tuo drumset e quando accordo i tom, il rullante e quando scelgo il set di piatti lo faccio perché ho ben chiaro in mente quale deve essere il mio suono. Non uso mai del nastro o altre sordine sui tom, perché mi piace avere un suono molto aperto, ma mi piace usare pelli nuove per ottenere più suono, volume e tonalità possibili. Quando suono il floor tom per esempio, mi piace sentire gli armonici del tom più vicino o qualche volta anche dei piatti, perché mi piace suonarci insieme piuttosto che smorzarli; una volta, durante le registrazioni di un album di Joe Satriani, ho incontrato Glyn Johns (il produttore) che in quella occasione ha preferito usare il metodo dei tre microfoni e mi ha detto: “Manu, se un batterista sa come suonare e bilanciare il suo set non c’è bisogno di mettere troppi microfoni”. Nessun ingegnere del suono può riprodurre ciò che ha in mente un batterista e devo dire che suonando in un certo modo da tanti anni conosco bene il modo per essere veramente dentro la mia musica. Quando colpisco il floor tom in un certo modo lo faccio per ottenere un certo suono per poi potermi concentrare sul rullante o su uno splash rendendo così la vita molto più facile all’ingegnere del suono.

Cambiamo direzione: negli ultimi anni sembra che tu abbia preferito spostarti dalle luci dei grandi palchi e di non partecipare più ai lunghi tour con Peter Gabriel o Sting per esempio; c’è una ragione specifica?
Quando ho registrato l’ultimo album di Sting, Sacred Love, mi è stato proposto di fare il tour che era lungo circa un anno e mezzo… Ero appena uscito dal mio primo tour con lui (quello di Brand New Day) durato all’incirca due anni, e l’idea di riandare ancora negli stessi posti, gli stessi hotel e suonare lo stesso concerto non aveva niente a che vedere con l’ispirazione. Credo che per fare musica bisogna essere ispirati, altrimenti la magia scompare, e così ho pensato che fosse arrivato il momento di realizzare i miei progetti e di generare musica piuttosto che suonare con artisti seppure così affascinanti come Peter Gabriel o Sting o qualsiasi altro. Ho imparato così tanto e ho pensato che era il momento di provarci e se avessi partecipato a un altro tour di un anno e mezzo non ne avrei mai avuto il tempo. Ho deciso così di interrompere per un po’ questo tipo di impegni e di concentrarmi in maniera specifica sulla mia carriera personale di solista, senza pensare alla sicurezza o all’insicurezza di una scelta di questo tipo.

È una sorta di processo naturale?

Il fatto è che io non ho mai pensato a una carriera nel vero senso della parola; sono una persona molto istintiva e quando scelgo di fare una cosa è perché sento che musicalmente è ciò che voglio fare e che è il momento giusto di farlo. Quando ho deciso di non andare in tour con Sting non sapevo che avrei fatto un altro cd da solista e che avrei fatto un tour con la mia band, ma sapevo di aver bisogno di tempo libero da dedicare alle mie cose. Credo che sia un processo psicologico; se ti metti in una condizione in cui vuoi che le cose accadano senza sapere cosa accadrà, ma lasciando le porte aperte e vivendo la tua vita sentendoti libero di scegliere, allora le cose accadono davvero. Vedi, io ho suonato musica per 25 anni e mi sento davvero privilegiato di aver fatto tutte queste grandi cose, ma il tempo passa e devi per forza cercare nuovi input musicali. Così mi sono messo nella condizione di non dover fare niente e vedere se venivo preso da una qualche ispirazione che mi spingesse verso una qualsiasi direzione, ed è proprio quello che è successo. Ora si tratta di vedere se è solo un momento che magari durerà tre o quattro anni alla fine dei quali riprenderò a fare ciò che facevo prima, ma il fatto è che ora non lo so!


Il resto dell’intervista su Percussioni n. 191, in edicola a gennaio.


   

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